Fuori dalla Cina in 54 ore: da DaLi a Hong Kong

Scrivo da un lussuoso albergo di Hong Kong con vista sul Picco attraverso una grande vetrata del 33esimo piano. (Ce lo meritiamo: all’andata, due mesi fa, abbiamo soggiornato in una cameretta minuscola e, diciamo così, spartana, al Chungking Mansions, che di sicuro è affascinante come fantastico crocevia di culture e di etnie, ma confortevole e rilassante non proprio).
Con la giornata di oggi ho definitivamente scoperto di amare questa città, che pare proprio quella che ti aspetteresti di leggere, collocata su un pianeta distante, in un ottimo romanzo di fantascienza. Ne parlerò, racconterò dell’escursione di oggi tra la city, il porto, Lamma Island e Aberdeen, corredando con qualche foto.
Ma prima è doveroso mantenere le promesse malauguratamente strappatemi. E nonostante l’orrore sia ancora lì che mi morde dietro l’orecchio appena ci ripenso, mi faccio forza e racconto del rocambolesco viaggio dei giorni scorsi, ultimo atto del nostro soggiorno nell’aliena e incantevole terra cinese…

La partenza ci vede accomiatarci con una certa malinconia dalla nostra lao ban niáng, la padrona di casa che ci ha alloggiati nella sua mansarda e che ci ha coccolati, aiutati e supportati in ogni modo possibile con la sua gentilezza e la sua pazienza per tutto questo tempo, che ci ha spesso curato le bambine nel suo negozietto-garage, e dalla quale tanto abbiamo appreso riguardo all’affascinante cultura dello Yunnan (nonostante notevoli difficoltà di comunicazione che hanno portato a dialoghi surreali che inevitabilmente finivano tra le risate). E poi eccoci salutare nuovi amici che già ci mancano, e balzare a bordo di un bus niente male, alla porta ovest della città vecchia di DaLi, alle 13.40 del 26 luglio. Io porto 27 Kg spartiti in due zaini, Valentina porta Luna nell’apposito aggeggio portabimba e la borsa con il mio portatile e il suo netbook e altre diavolerie tecnologiche (totale, circa 18 Kg). Aurora porta il suo zaino, che leggero non è. (Chi ha viaggiato con un bambino piccolo sa che no, non è troppo bagaglio).
Per fortuna dovremo fare con gli zaini indosso solo spostamenti relativamente brevi, giunzioni tra una lunga, lunghissima trafila di mezzi diversi.

Giunti quasi in orario a Kunming (ore 19.00), scivoliamo fuori dalla malfamata stazione dei bus rapidamente, e grazie al mio portentoso mandarino riesco quasi subito a trovare un accordo ragionevole con l’autista sorridente di un furgoncino, che ci porta (un po’ contromano, un po’ di sorpassi sbilenchi su strade a otto corsie e molto clacson, come sempre da queste parti) alla guesthouse The Hump, in pieno centro, dove abbiamo prenotato una camera che si rivela spaziosa, pulita e piacevole, e dotata di un bar dove ci nutriamo di qualche onesto snack che non causa effetti collaterali (che qui sono all’ordine del giorno se non stai attento a dove/cosa mangi/bevi, e in effetti anche se ci stai attento – io ho totalizzato due intossicazioni alimentari in due mesi, oltre a una serie di sgradevolissime turbe intestinali che ci hanno accompagnati un po’ tutti).

La mattina dopo riesco a arpionare un taxi, e fieramente gli dico: “Huoche zhan!”
L’incantesimo funziona e in venti minuti circa siamo all’ingresso della titanica stazione di Kunming. “Titanica” agli occhi di noi poveri italianucoli, per loro è una stazione “normale” di una città media (Kunming ha solo 3,8 milioni di abitanti, è considerata piuttosto provinciale). Si presenta come un gigantesco e brutto palazzo a cavallo della strada (una sorta di Autogrill a ponte troppo cresciuto) che potrebbe inghiottire quattro Milano Centrale senza problemi. Noi però abbiamo già i biglietti, acquistati dopo dura lotta (al secondo tentativo) a Xiaguan otto giorni fa: in Cina è necessario comprare in advance, perché i treni sono affollatissimi e i biglietti sono very, very hot. Li stringiamo al petto a costo della stessa vita e ci facciamo strada nell’edificio che si rivela molto meglio di quanto temessimo – all’andata non l’avevamo praticamente visto: quando esci fai un percorso diverso, e tutto ciò che ricordavamo di quella notte dopo 27 ore di viaggio era il tentativo di borseggio con conseguente fuga dei borseggiatori di fronte alle nostre orribili minacce.
Va sottolineato a questo riguardo che Kunming, ci hanno riferito i locali, ha un tasso di criminalità insolito per la Cina. La Cina in generale è un posto sicuro, grazie al sano senso civico suoi abitanti. Da quello che abbiamo visto in questi due mesi, la maggior parte dei cinesi farebbe sì di tutto per fregarti in una trattativa al mercato vendendoti merce al doppio del suo valore, ma non si sognerebbe mai di rubarti nulla. I cinesi sono, ci siamo fatti quest’idea, fondamentalmente buoni e gentili, oltre a possedere un fortissimo senso dell’onore (fregarti al mercato non è disonorevole: sei semplicemente considerato un bravo affarista); e anche chi è molto povero (purtroppo davvero tanti) ha una grande, nobile dignità. Ne risultano città dove puoi girare senza farti problemi la notte, dove puoi girare senza paturnie con i bambini. Non so cosa accada a Beijing o Shangai, e ovviamente abbiamo visto una piccola parte di questo Paese sterminato, ma nei luoghi dove siamo stati noi in più di un’occasione ci siamo sentiti tranquilli lasciando incustodite cose come non avremmo mai fatto in Italia. (Kunming è anche, ci hanno riferito, dimora di più italiani rispetto alle altre città cinesi. Ci sarà un collegamento?)
Ma torniamo alla stazione. Il luogo è moderno, i tabelloni chiari, e riesco anche a comprare due limoni da una signora a un buon prezzo.
Attendiamo circa un’ora, dopodiché i cancelli si aprono. Non è un modo di dire, qui avviene proprio così: tutti attendono in enormi sale d’attesa dotate di sedie metalliche piuttosto scomode. Molte persone si accampano letteralmente in queste sale, perché magari giunte con coincidenze non proprio coincidenti e costrette all’attesa del prossimo treno per intere giornate – senza la possibilità di pernottare, visto che come dicevo di soldi non è che ne girino molti. Le distanze qui sono enormi e ritardi di ore sugli arrivi normali, e serve molto tempo per muoversi anche all’interno delle stesse città; non è sempre fattibile per chi gira in treno uscire dalle stazioni, raggiungere un ricovero, e poi tornare qui in tempo. E poi non tutti possono permettersi un posto come il nostro – ovvero delle cuccette rigide in scompartimenti, che dovrebbero garantirti spazio vitale (come vedremo, non è così) – ma i meno abbienti si debbono accontentare di semplici sedie. E chi prima arriva…
Dicevo: a una mezz’ora dalla partenza un funzionario apre i cancelli, e un flusso umano del tutto simile a quello dei concerti rock, solo con più trolley che ti passano sulle dita dei piedi, si muove ondeggiando lungo il dedalo di sottopassaggi, fino a sbucare sul binario.

Siamo a bordo. E siamo molto contenti. Anche se la signorina non troppo disponibile (atipicamente, visto che qui di solito si fanno tutti in quattro per venirti incontro) che ci ha fatto i biglietti ha messo due di noi in uno stesso scompartimento, e un altro in un vagone diverso. Il mio mandarino non era abbastanza portentoso da esprimere questa bizzarra esigenza familiare di restare insieme. Mi separo quindi dalle donne e raggiungo il mio posto: ci rivedremo a treno avviato perché durante le soste le porte tra i vagoni vengono chiuse.
Sono le 12.50 del 27 luglio.

Ricorderò a lungo questa giornata (mio compleanno, per altro, cosa che mi rivela mia moglie solo a tarda sera).
Trovo impossibile redigerne una cronaca lineare: ricordo solo un limbo di avvenimenti accavallati, confusi, uno stato comatoso in cui si affacciavano rari momenti di lucidità e continuo dubbio sul mio stato di veglia.
Dovete capire che se i posti in uno scompartimento sono sei – tre cuccette per lato -, di cinesi in uno scompartimento ce ne troverete un minimo di dieci. Minimo – facilmente anche una quindicina, o più. Più o meno è sempre così: loro sono tanti, per Giove, sono tanti. Sugli scooter il numero medio è tre. Ho visto auto traboccare persone. Il treno però è l’apoteosi della sardina. E loro non hanno il concetto molto occidentale di “tuo spazio, che io rispetto”, perché semplicemente gli spazi sono di tutti. Per cui ecco cosa ricordo: un ammasso di corpi nel mio scompartimento, un salottino minuto dove, dopo ogni mia peregrinazione presso la famiglia, al mio ritorno trovavo almeno tre persone sedute tranquillamente sul mio letto; occorreva scacciarne una (tra enormi sorrisi che ti fanno sentire un mostro egoista) e poi sistemarsi così, con le gambe rannicchiate. Ricordo di essermi svegliato almeno quattro volte perché qualcuno mi si sedeva sui piedi. Ricordo i loro discorsi-fiume intrecciarsi nel volume di voce altissimo di voci squillanti. Ricordo il rumore di risucchio inconfondibile, moltiplicato per tante volte, che emettono quando sorbiscono i noodle precotti, accompagnati da generose manciate di aglio crudo e zampe di gallina fritte, la mattina alle sei. E gli immancabili, profondi e prolungati e osceni rantoli che precedono gli sputi.
(Per i non iniziati: il cinese medio, uomo o donna che sia e di qualunque classe sociale, sputa in terra più o meno con la stessa naturalezza con cui voi o io potremmo soffiarci il naso – cosa che, ai loro occhi, è invece disgustosa e maleducata. Ciò avviene anche al ristorante, per capirci. Ragazzi che abbiamo conosciuto lì da anni ci hanno spiegato che ultimamente, dato l’afflusso di occidentali, specie nelle città si stanno diffondendo sempre di più i cartelli “No spitting” nei luoghi pubblici, accanto ai “No smoking” – o “No sonmking” o qualunque altra grafia Chinglish, ecco. Giusto per capirci, e per farsi un’idea dell’ospitalità cinese, sarebbe come se da noi si diffondessero cartelli con scritto di non soffiarsi il naso al ristorante, per rispetto nei confronti degli orientali presenti… Detto questo, sul treno, in ogni caso, sputano eccome).
E intanto, nello scompartimento che ospitava la mia famiglia, le masse continue di donne che si spintonavano per poter prendere in braccio Luna e scattare fotografie, che la acchiappavano con gesti rapidi e se la portavano per spupazzarla nei loro scompartimenti, con Valentina costretta all’inseguimento per evitare quantomeno le somministrassero cibi misteriosi – anche perché la bimba non stava benissimo. Mia moglie è costretta a imporre la regola che alla bimba si può scattare al massimo una foto. Mentre io sono costretto a resistere a coloro che mi vogliono rendere uno di loro nel mio scompartimento. Aurora è in catalessi continua sul suo lettino, grata di possedere un Nintendo DSi. Io tentavo di soffocare l’isteria grazie al panorama magnifico dei monti serrati e lussureggianti del profondo verde tropicale, e dall’incredibile forma di parabola, che scorrevano a sud; e poi col calare del buio grazie al mio eReader Opus, ma credetemi, non è facile leggere quando accade poi il fenomeno chiave del viaggio, ciò che non riuscirò mai a scordare e mi rende oggi un uomo più vecchio e nemmeno tanto più saggio. Solo più consapevole della precarietà della razza umana.

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Ecco, voi immaginate questa serie di balli e canti e musiche a tutto volume (giravano con grosse casse tipo amplificatore per chitarra) nei corridoi e negli scompartimenti, prolungata per almeno 12 ore, a cavallo tra le 9 di sera, con una quantomai breve pausa notturna imposta dal personale di bordo, e quindi ripresa all’alba, per non smettere più.
Immaginatelo, e siate anche voi un po’ più vecchi e un po’ più tristi.
Loro invece avevano il coraggio di ridere, di ridere a squarciagola mentre tu eri sull’orlo della follia.

Poi ne siamo usciti. Vivi. Sono da poco passate le 13.00 quando arriviamo a Guangzhou e scendiamo nei meandri della stazione, ancora più gigantesca. Di questa stazione ricordiamo, all’andata, lo spettacolo del piazzale antistante tramutato in città-nella-città dove migliaia di persone accomodate alla meglio su giornali spiegati mangiano, giocano a carte, sputano, mangiano, e aspettano un treno.
Noi però non ci dobbiamo fermare. Emersi in uno degli atri individuo con grande soddisfazione subito la biglietteria del CRH (che a volte si chiama con un’altra sigla che non ricordo), ovvero il sistema ferroviario di treni a alta velocità presente in quest’area. Con una serie di spintoni mi apro la strada e riesco in tre minuti a ottenere tre biglietti per Shenzhen. Appena in tempo: alle mie spalle si è già formata una fila di cui non si intuisce la fine.
Corriamo all’ingresso della moderna e condizionata sala d’attesa. Prendiamo posto e ci viene offerta una bottiglietta d’acqua tibetana. L’attesa qui sarà di un’ora e mezza, durante la quale gongoliamo senza costrutto e ci occupiamo delle esigenze fisiologiche in bagni discreti.
Succede anche che uno di noi abbandona una borsetta minore (contenente anche una fotocamera) nei suddetti bagni, e ce ne accorgiamo dopo almeno una mezz’ora. Senza troppe speranze, vado a cercarla e la trovo. Impossibile? Non in Cina.
Il treno è in partenza alle 13.37 e noi siamo proprio in prossimità dei cancelli. Alle 13.29 uno speaker dà un annuncio in cinese che non riesco a comprendere, vediamo fermento e tutti si alzano e formano un’enorme e largo serpentone rivolto però in direzione opposta. Eppure il tabellone sopra la nostra testa continua a segnalare che siamo nel posto giusto; salvo poi cambiare alle 13.34: è evidente a questo punto che l’annuncio indicava il cambiamento del binario di partenza o comunque il percorso da seguire per raggiungere il treno. Ci infiliamo e seguiamo il moto mareale. Con un po’ di preoccupazione perché il tempo stringe e qui sugli orari di partenza non c’è pietà. Suggerisco alle ragazze di mettersi dietro di me e seguire la mia scia, che si apre attraverso corpi umani. Loro non hanno pietà, non posso permettermi di averne nemmeno io.
Attorno c’è gente che scavalca cancelli e tutto il flusso si deve incanalare in una piccola porta e lungo un’unica scala mobile.
Sposto persone di peso e la raggiungo, trascinandomi dietro la famiglia. Corriamo verso il treno, le porte si chiudono dietro di noi in un secondo, tagliando fuori un centinaio di persone.

Il treno è un gioiello tecnologico che viaggia almeno a 300 Km/h, le sedie sono confortevoli e ogni 15 minuti passa una hostess molto graziosa con bevande e un’altra con un carrello che pulisce il corridoio. Anche i servizi sono gradevoli e c’è un vagone bar che sembra proprio un bar. Voliamo a Shenzhen in un’ora e mezza, con un mal di stomaco e testa che mi spacca in due. Scesi, metto le mani sull’ultimo Oki, che rende tutto il mondo più bello, e ci muoviamo attraverso atri e corridoi moderni e spaziosi e finalmente scorgiamo il cartello “Hong Kong”: dopo esserci rifocillati con qualche biscotto, raggiungeremo la vicinissima frontiera a piedi.

Dopo i vari controlli e ricontrolli di rito attraverso una successione di dogane, mettiamo piede finalmente sul suolo di Hong Kong. Anche se si tratta solo di una stazione della metropolitana, già è tutto diverso, a partire dalle scritte in inglese: che piacere ritrovare la familiarità della propria lingua! (che poi non è nemmeno la tua a pensarci, ma dopo questi due mesi tutto ciò che è europeo ti pare “di casa” e le differenze che ci possono essere tra un italiano e un qualunque altro europeo davvero minime). Non è certo l’unica né la principale differenza, comunque. La gente, l’atmosfera. Sono le 18.00 circa. Saltiamo sulla metro, la linea è la più vecchia, si tratta di un treno come quelli che potresti trovare a Barcellona o i più recenti entrati in uso a Milano.
Raggiunta Kowloon dopo una mezz’ora abbondante, cambiamo treno e siamo definitivamente nella dimensione fantastica di HK. Ne cambiamo altri due prima di risalire in superficie tra le luci e i palazzi e il vento profumato di mare di Causeway Bay. Ecco un taxi, al cui autista mi posso rivolgere con estremo piacere in inglese. Conosce la via e il nostro albergo, che raggiungiamo in un quarto d’ora circa (per 60 dollari, pari a meno di 6 euro, compreso pedaggio tunnel: mica male per essere in una megalopoli, no?).
E qui finalmente possiamo rilassarci davvero: l’ambiente, lo staff e la camera superano le nostre aspettative e ci convincono che chiuderemo il viaggio in bellezza.
Sono passate 54 ore dalla partenza, e siamo fuori dalla Cina.

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