Fulmini nelle sclere

Tempesta sul Pizzo dei Gemelli, via del Ferro da Stiro (spigolo Nord-nord-ovest, 2680 m), in giornata, 10/07/2010
fotografie di Donato Erba e mie


Ci sono istantanee appese alla bacheca della memoria, sul lato interno delle palpebre, che possono raccontare la tua vita, chi sei, a colpo d’occhio. Polaroid che non sbiadiscono mai, puntellate l’una accanto all’altra e a volte non sono nemmeno immagini, ma suoni, odori, sapori. Pietre miliari. Non sono mai molte.
Io ne ho una che raffigura il viso di Donato su uno sfondo di granito avvolto in un ribollire livido, appiattito da una luce violentissima che annulla i colori su un boato, la sua pelle – simile a cuoio lavorato dal sole delle Alpi, dai venti della Patagonia e dal gelo dell’Antartide – è contratta nelle rughe di un’espressione di sconcerto assoluto, improvviso, gli occhi sono spalancati e stupiti, nelle sue sclere bianchissime si distingue con chiarezza l’albero rovesciato e luminoso di un fulmine che fora le nubi vorticanti per lacerare il ghiacciaio alle mie spalle, solo a una manciata di passi alle mie spalle.

* * *

Estate del 2010. Bondasca. Il più impressionante e selvaggio circo di granito delle Alpi. Sulla destra la cupa, celeberrima, meravigliosa e terribile Nord-Est del Pizzo Badile – una lavagna perfetta di 900 metri, quintessenza del concetto stesso di “parete”, concretizzazione dei sogni proibiti o incubi agognati di qualunque alpinista – che mi lascia istupidito, occorre guardarla a lungo per rendersi conto che è vera. E che io sono qui. Non basta guardarla ore per superare il timore reverenziale. Per cogliere il suo segreto, per accettarne la presenza appieno, per non sentirsi inadeguati. E scorrono dentro le immagini delle pagine tragiche, eroiche, esaltanti – da Cassin a Buhl – scritte su quello scudo che parole, misure e numeri non hanno alcun modo di descrivere.
Alla sua sinistra la parete Nord del Cengalo – allora ancora intatta, prima delle grandi frane che ne avrebbero sconvolto la fisionomia – e la sua mole immane, 1200 metri di torri accatastate l’una sull’altra a formare una fortezza disumana.


Oltre il passo glaciale di Bondo, le Sciore, ultradimensionali. Una fortezza sinfonica di zanne deformi e taglienti.
E in mezzo, di stazza più modesta rispetto a questi giganti ma pieno della medesima favolosa potenza, il Pizzo dei Gemelli e il suo compatto sperone nord-nord-ovest: il famoso Ferro da Stiro. E sembra proprio un ferro da stiro di quelli vecchi e pesanti, ricavato da un unico pezzo di granito. La via sale lungo il filo dello spigolo, simile alla prua di una nave rovesciata, una linea armoniosamente curva dapprima più ripida, che non mostra comunque mai una pendenza eccessiva – ma si presenta spaventosamente liscia.


La sua prima ascensione fu il primo vero “sesto grado” su granito. Oggi non lo è più, resta comunque un buon quinto con passaggi fino al quinto superiore, discretamente continuo e sono pur sempre 400 metri di salita in alta montagna (anche se la quota è relativamente modesta, qui siamo decisamente in un ambiente di alta montagna). Insomma, un bell’impegno per un novellino come me. Sì, è la mia prima salita di una certa importanza. Se è una vita che vado in montagna, anche percorrendo grandi trek, l’arrampicata su questo tipo di difficoltà era allora per me una faccenda sostanzialmente nuova.
La Bondasca. Il più bel granito del mondo, disse Bonatti. Be’, io ho girato il mondo molto meno di lui. Ma di sicuro è bello da matti.

Osservo inebetito queste grigie divinità, nella luce dell’alba, mentre saliamo tra larici smisurati le cui radici affioranti formano enormi gradini sinuosi, verso il rifugio Sciora.
Sono certo che esistono luoghi dove la natura s’è disposta perché l’uomo possa assorbire, in parte, qualcuno dei suoi segreti; luoghi “magici” dove l’armonia inconcepibile dell’ambiente riesce a parlare un linguaggio che supera i filtri della ragione e impatta direttamente sulle nostre strutture mentali più profonde. E le fa vibrare. Riesci a capire che ti sta parlando, anche se non potresti mai spiegare cosa ti sta dicendo. È un linguaggio che non si può tradurre.
È la stessa sensazione che avrei provato poi nel circo del Pers, un anno dopo, a cospetto della nord del Palù. Se non ricordo male era Armand Charlet a dire che arrivati ai Grand Mountets e contemplando il circo antistante – la “Corona Imperiale” – si ha la prova dell’esistenza di Dio. Ecco, sì, chiamatelo Dio se volete, l’idea è quella. (Succede non soltanto in montagna, certo, questi posti esistono, ben nascosti, ovunque l’uomo non arriva o arriva a fatica).
La Bondasca è uno di questi luoghi, e la sensazione provata emergendo dal “camìn” – la parte più ripida del sentiero che porta al di sopra del bosco di larici a quota circa 2000 – e trovandosi di fronte il gruppo del Badile e delle Sciore, non può essere trasmessa con le parole. Andateci.

Ci siamo trovati a Lecco alle 5 del mattino dopo una sveglia alle 4. Sono le 7.30 quando ci mettiamo in cammino dagli incantevoli prati Laret e le 9.30 circa quando superiamo, senza fermarci, il rifugio. Il percorso fino a qui è un’escursione magnifica, che vale assolutamente la pena di fare anche fine a se stessa. Il panorama è un’esperienza unica, attraverso i larici monumentali – molti dei quali sono piegati fino a terra a mostrare senza sconti la devastazione delle valanghe che calano fino al fondovalle.

Ci aspetta un’altra ora e mezza circa per raggiungere l’inizio della via, al di là dello stretto ghiacciaio del Cengalo. È pianeggiante e lo attraversiamo slegati, senza ramponi, aiutandoci soltanto con la piccozza nel traverso che porta allo zoccolo della parete.


Come luccicavano il ghiaccio e le lastre grigie e bagnate nel sole basso, levandosi fiammeggiante dietro le Sciore! Pareva di galleggiare nella luce…


Io, tanto per essere fedele ai miei canoni, prendo una strada sbagliata e faccio un giro bizzarro che mi porta a litigare per un po’ con il lembo di una bella crepaccia. Però ho tagliato un pezzo di percorso e mi trovo sullo zoccolo prima dei miei compagni, oltre un insidioso traverso dove scorrono acque di fusione – lo supero slegato perché non sarà nemmeno un terzo grado data la scarsa inclinazione: mi rendo però conto a metà percorso che non era da sottovalutare e passo i miei bei momenti aleatori. E al ritorno, be’, al ritorno sarà tutt’altro…

Eccoci all’inizio della via vera e propria, siamo in perfetto orario. Ci alleggeriamo lasciando tutta l’attrezzatura superflua alla base della parete perché al ritorno scenderemo in doppia ripassando da qui. Portiamo un solo zaino con le borracce e un po’ di cibo che Simone, più esperto di me (ha compiuto parecchie scalate anche in solitaria), gentilmente si offre di portare. Scambiamo gli scarponi con le scarpette. La ferraglia e il cordame da roccia ce l’abbiamo addosso, mentre piccozze, ramponi, bastoncini e vestiario vario non ci serviranno in parete.
Pronti, via: qualche tiro in opposizione, un magnifico diedro verticale su roccia solidissima, un’idea che ha preso forma.
Su per una lunga fessura, su per lame solide e spuntoni massicci. Ovunque la roccia è ornata di licheni verde chiaro.

foto D.E.
foto D.E.

Poi la successione centrale della via, la “pancia” di tre tiri che fila su esattamente sul filo dello spigolo, a destra e sinistra lastre che filano giù fino al ghiaccio, sempre più in basso. Sono tre tiri in aderenza pura, continui, senza cenge e con solo qualche piccola lama qua e là. Non ci si ferma, è il movimento che sostiene l’equilibrio, un po’ come andare in bicicletta; è un’arrampicata dinamica fatta di gesti misurati e sicuri, senza pause. Concentrandosi per essere leggeri. Pare di nuotare sulla roccia, su questa roccia “antiscivolo” dove anche solo la punta della scarpetta su un’asperità minima è affidabile, tiene; e i polpastrelli premono su rugosità accennate mantenendo l’equilibrio. Ma se si smette di muoversi si andrebbe a fondo.

Sono le mie prime soste “appese” ai chiodi, perché di cenge su questa superficie levigata non ce n’è.

In ogni caso, è puro piacere: la giornata è splendida e calda, la via è attrezzata perfettamente a spit piuttosto vicini e nuovi. Le soste a prova di bomba. È gesto atletico sublimato in un ambiente superbo. Per ora non è ancora avventura, è “solo” splendido sport. Per ora.
A metà percorso, più o meno, incrociamo due norvegesi che stanno scendendo – sono partiti dal rifugio stamattina. Scambiamo qualche parola. Dicono che questa salita da sola varrebbe la pena dei chilometri che hanno fatto da casa.
E poi si riparte, poche parole scambiate in sosta con i miei compagni: Donato, guida alpina nonché mio suocero che conduce la cordata, e Simone, il suo cliente più forte, con il quale mi alterno ogni tiro; io mi sono aggregato su invito di Donato, invito giunto un paio di giorni fa. Uno assicura Donato, l’altro si guarda in giro e scatta qualche foto. E ascolta.
I suoni. Impossibile scordarli. Soprattutto i boati continui, incredibili, che salgono senza sosta dal Canalone dei Gemelli – alla nostra destra, laggiù, ci separa dal Cengalo.
È un labirinto di seracchi enormi che rovinano a valle, travolgendo e schiantando nella loro corsa folle tonnellate di ghiaccio. È un ruggito continuo di valanghe, una voce di tuono che non ha requie, palazzi bianchi che si disfano e si accatastano gli uni sugli altri.
Ci accompagna per tutta la salita come una devastante colonna sonora, mentre scaliamo un iceberg di granito in un mare ghiacciato.

foto D.E.

Lo spigolo si stringe, pare di salire lungo una piramide puntata come un’arma contro un sole che si gonfia a inghiottire tutto un cielo di cobalto.

foto D.E.
foto D.E.

E adesso, adesso il cielo ha cambiato volto.

In vetta, raggiunta dopo un paio di tiri più facili ma non meno entusiasmanti attorno alle 14.00, mangiamo rapidamente qualcosa sorridendo contenti. Non è una “vera” vetta, perché è chiaro che il Ferro da Stiro è un avancorpo dei Gemelli, non una montagna a sé. E mi pesa non poter proseguire per la lunga e piuttosto facile cresta che porterebbe lassù. La via l’abbiamo completata, ma mi manca qualcosa, nonostante la soddisfazione e il senso di pace che si gode da quassù, nonostante la vista.

foto D.E.

Ma non ne abbiamo il tempo, dobbiamo rientrare in giornata, ormai sono le tre e qualche nuvola in alto ha cominciato a muoversi. Niente di preoccupante, ma qui il tempo è notorio per cambiare molto in fretta, al pomeriggio. E uno degli ultimi boati di valanga ricordava un po’ troppo un rombo di tuono… Ma è impossibile. Comunque, meglio scendere subito.

foto D.E.

Si susseguono le corde doppie, rapide e senza problemi – su questi liscioni non ci sono spuntoni o rocce varie a cercare di fregarci le corde.

Mi accorgo che Donato ha un’aria concentrata e un po’ tesa. Guarda il cielo, sempre più spesso. Si è alzato il vento e le nuvole corrono.
Per un secondo mi gira la testa e mi si vela lo sguardo. La sensazione d’assenza, assenza allarmante, è più veloce di ogni pensiero. Sollevo il capo di scatto, mi volto, annuso l’aria secca. Non so nemmeno io perché, finché non sento una carezza dalle spalle.
Il vento. Ha smesso di scivolare giù gelido dalle cime, di fronte a noi; una pausa; e adesso mi coglie da valle.
Non va bene.
E non vanno bene quelle nubi nere che un minuto fa non c’erano, e stanno salendo per venirci a prendere.
Il bacino, laggiù così in basso, in fondo alla parete, è una fotografia in bianco e nero – le pareti sono scure e le loro ombre lunghe e spigolose sono sfumate via dal ghiacciaio.
Occorre scendere più in fretta. Con Donato, che l’aveva intuito da un po’, ormai, anche se sperava di sbagliarsi, è bastato uno scambio di sguardi.


E poi le corde doppie che si susseguono veloci, movimenti sicuri su cordini, Machard, piastrine e moschettoni, evitando tutto ciò che è superfluo, per guadagnare secondi preziosissimi mentre il cielo si fa nero e basso, siamo dentro il cielo e il cielo è vorticante, mentre scendiamo rapidi attorno a noi l’aria crepita, mi scorrono addosso scariche invisibili.
Mi sento carezzare sotto i vestiti da mani dalle unghie lunghe e fredde, dal basso verso l’alto. Scendo per primo; mentre Simone segue e Donato chiude e recupera la corda, attrezzo la doppia successiva. Di nuovo, e ancora.
Il cielo, tutto il cielo, ringhia.
Tocco la cengia sullo zoccolo alla base della via per primo, mi levo le scarpette, le ficco nello zaino, sfilo in fretta i coprizaini e li metto sui nostri sacchi, proprio mentre mi investono le prime gocce pesanti, grasse, gelide.
Radunatici e recuperato il materiale, ci muoviamo rapidi sulla cengia verso il traverso che ci condurrà sul ghiacciaio. All’improvviso si abbatte su di noi qualcosa di solido, una gragnuola dolorosa.
Grandine.
Ho un attimo di incredulità, guardando al suolo: vedo chicchi di ghiaccio grossi come noci sparsi ai miei piedi. Uno sguardo perplesso con i miei compagni, qualcosa tipo: “Ehi, ma è uno scherzo?”. Anche i compagni mi racconteranno poi che la sensazione dominante, in quei primi secondi surreali, è stata proprio l’incredulità. Come la sensazione di trovarsi in un sogno, o in un’allucinazione: non può essere, non esiste affatto una cosa del genere.
Ma non c’è tempo. No, per niente. Si scaraventa su di noi e sono sassate. Simone e io siamo riparati dai caschetti, mentre Donato il suo l’ha perso durante la salita – riposa tutt’ora da qualche parte nel canalone dei Gemelli, se volete andare a recuperarlo potete tenerlo – e si fa scudo con una corda arrotolata sopra la testa, le pallottole che gli feriscono le mani callose.
Sopra di noi il cielo è scomparso, inghiottito da un ribollire nero.
Per essere più rapidi procediamo in conserva (legati solo tra noi, non siamo assicurati a nulla) a una decina di metri di distanza l’uno dall’altro. Davanti c’è Simone, poi io, in coda Donato. Ci facciamo strada guadando questa gelida brodaglia ribollente che ormai ci arriva all’altezza del ginocchio, la caduta è così fitta che il solco lasciato da Simone si chiude dietro le sue spalle in due o tre secondi, prima che io lo raggiunga. Da destra ci investe il fiume d’acqua e ghiaccio e neve che scorre giù per i lastroni inclinati del Ferro, cercando di buttarci giù dalla cengia, nel vuoto.
Donato, più tardi, descriverà magnificamente la situazione tornando all’immagine chiara suggerita l’aspetto della “nostra” montagna, quello della nave. Non è più una montagna, racconterà, è una nave rovesciata dalla tempesta.
Il traverso dove stamattina ho fatto l’equilibrista sulle acque di fusione è impraticabile: si è trasformato nella mostruosa rapida di un torrente di grandine in piena, largo almeno dieci metri. Donato urla qualcosa, ma nella bufera è impossibile distinguere le parole.
Una massa semisolida, vibrante, ha preso il posto dell’aria. Sopra di noi per un sortilegio improvviso un pezzo di cielo si è ghiacciato, si è spezzato, ci sta crollando addosso.
Ho freddo, ho freddo davvero – come può fare così freddo?, solo poco fa salivamo in maglietta, sudando sotto un sole magnifico. Il calo di temperatura è stato un tuffo nella pozza di un torrente.
Un momento di smarrimento. Sono qui su questa cengia fradicio nella tempesta e non so cosa debbo fare, sento che mi si offuscano i sensi e non mi pare di riuscire a sopportare queste bastonate. Guardo le mani: mi stanno tremando. Tremano forte anche le spalle. No, non posso permettermi di cedere adesso, qui, nessuno potrebbe riportarmi a valle, posso farlo solo io con le mie gambe e debbo fare la mia parte per aiutare i miei compagni.
Torno in me. Bene, sono lucido; mi do una scossa e scuoto la testa come una bestia che si scrolli l’acqua di dosso.
Dove sono gli altri? Ecco Donato: ora sta preparando due mezze corde legate tra loro e assicurate a un moschettone posto su un cordino di nylon da sei millimetri avvolto attorno a un roccione triangolare, dagli spigoli un po’ troppo taglienti per essere rassicurante. Vuole che scendiamo dallo zoccolo strapiombante direttamente sul ghiacciaio. Con le due mezze corde unite possiamo scendere di sessanta metri e forse toccare direttamente il fondo. Tagliamo dritto, insomma. D’accordo, si va. La visibilità è ridotta a due o tre metri, ogni parte scoperta di pelle è sferzata dal vento gelido e dalla grandine, il dolore è quasi insopportabile.


Simone scende per primo, facendosi calare da Donato: io lo seguirò in doppia lungo la corda che lascerà piazzata. Svanisce oltre il labbro esterno della cengia. Intanto che Donato lo assicura, io cerco di sbrogliare le corde, che si vanno gonfiando come spugne, sprizzando acqua a ogni strattone, maneggiarle sotto i colpi della grandine è proibitivo. Mi ritrovo un groviglio incomprensibile tra le mani, lo affronto sotto i colpi di mitraglia che mi risuonano nel casco, con le dita intorpidite che mi bruciano e mi sembrano pezzi di legno estranei al mio corpo. La corda non scorre più. Lo grido a Donato – distante solo un paio di metri ma mi pare perso in un’altra dimensione, strana e lontanissima. Eccoci insieme a cercare di sbrogliarla. Simone però è là sotto, appeso a mezz’aria a congelare in mezzo alla tormenta e proprio sotto una cascata di acqua e ghiaccio che lo investe senza tregua, la corda bloccata, e non può sapere cosa sta succedendo qui. I minuti passano, e ancora non riusciamo a liberare la corda, che sembra mutata in una bestia con volontà propria, una creatura serpentina e ostile. Donato mi dice di provare a gridare a Simone, per fargli capire cosa succede e rassicurarlo (rassicurarlo di che?, ci si potrebbe chiedere).
Striscio nella grandine e nell’acqua sporgendomi oltre il bordo della cengia, continuando a prendere botte pazzesche in faccia e sulle mani, e urlo con quanto fiato mi resta, ovvero poco. Gli dico di tenere duro, che ci siamo quasi. Più tardi ci racconterà di essere stato, un attimo prima di sentire il mio richiamo e decifrarne più o meno il senso, sul punto di slegarsi e lasciarsi cadere giù sulla roccia sottostante: era infatti penzolante soltanto a due o tre metri da un lembo nevoso dalla superficie grossomodo piana, dove lo zoccolo comincia il suo incontro con il bacino del ghiacciaio con una pendenza più docile, e forse la caduta sarebbe stata priva di conseguenze – forse. Non immagino cos’abbia passato in quei minuti – quanti sono stati? – appeso lì inerme, staccato dalla parete strapiombante, travolto dal vento e dal ghiaccio tagliente, sorretto solo da un cordino di sei millimetri arrotolato lassù a una roccia dagli spigoli taglienti, la meta così vicina e così irraggiungibile, senza sapere cosa stesse accadendo…
Alla fine le corde si liberano, Donato urla a Simone di scendere slegato le ultime facili placche e di cominciare a muoversi verso il rifugio, di levarsi di lì il prima possibile, e meno di dieci secondi dopo io sto discendendo in doppia: un singolo, grande balzo all’indietro ronzante basso di corda inzuppata che si allunga e si deforma e i piedi toccano terra. Una discesa stupenda.


Donato mi raggiunge: mentre scende in doppia vedo le corde di nuovo allungarsi e assottigliarsi come elastici troppo tirati e troppo usurati. Faccio in tempo a scattargli una foto confusa, accorgendomi nel farlo che la macchina fotografica, che sta nella tasca interna del mio giaccone North Face in Gore Tex, galleggia letteralmente nell’acqua. (Che poi abbia funzionato ancora per due anni – prima di abbandonarmi sullo Spigolo Gervasutti alla Cima di Valbona dopo una quantità notevole di sballottamenti, mazzate contro la roccia, cadute nella neve, vasta gamma di temperature, tempeste monsoniche – potrebbe essere una buona pubblicità alla Olympus).
Siamo sul ghiacciaio. Rimettere i piedi – di cui non sento più le dita – su una superficie orizzontale è già qualcosa, ma in quel momento ancora non so che il bello deve venire.


Simone si è già allontanato sul ghiacciaio. Donato cerca di recuperare le due mezze corde che abbiamo usato per quest’ultima discesa, ma non vogliono saperne di venire giù: si sono gonfiate troppo. Chissà come, si sono incastrate anche in basso, in una lama di ghiaccio pochi metri al di sotto della mia posizione, bloccandosi così sia in alto che in basso. Scendo qualche passo afferrandomi a spuntoni di ghiaccio, poi con un paio di cordini mi appendo a uno di essi e mi calo giù in un budello azzurrino e faccio saltare la corda malvagia. Ecco, finalmente è libera.
Torno da Donato, che armeggia ancora per un po’ ma alla fine rinuncia a recuperare le corde e si volta verso di me.
È allora che accade.
Vedo riflesso quel bagliore istantaneo nelle sue sclere, quel bagliore giallo e ramificato – in perfetto sincrono con il boato del tuono. L’istantanea di una vita.
E scorgo distintamente, un secondo dopo, un altro fulmine aprire una frustata nera nella piana bianca del ghiacciaio, sollevando un tripudio di frammenti bianchi e luminosi. È difficile quantificare le distanze, ma cadevano proprio lì, attorno a noi, insieme alla grandine.
Poi da qualche parte un grande seracco si stacca, si rompe e sfila giù, disgregandosi in blocchi lucenti che cadono, cadono e finiscono sbriciolati nel ventre del ghiacciaio.
Mi rivolgo a Donato senza scompormi, ormai mi sento di nuovo perfettamente calmo: «Noi che tipo di bersaglio siamo per i fulmini sul ghiacciaio?»
«Un ottimo bersaglio, direi», risponde lui con altrettanta compostezza.
«Allora è meglio correre, vero?»
Lui annuisce. «Meglio».
Quando uno che è sopravvissuto a giorni di bufera durante la prima ascensione di vette antartiche vi dà l’impressione di essere allarmato – più tardi mi dirà di non aver mai visto nulla di così violento – voi siete giustificati a ritenere la situazione quantomeno seria.

Quello che trascorre mentre corro sul ghiacciaio – che pulsa, adesso, spalancando i suoi crepacci pieni di cose scure che si muovono, che mi mostra come di solito dorma, ma sia un essere più che mai vivo – è un tempo di qualità molto diversa dal tempo comune. Un tempo sospeso, dilatato, in cui una storia inizia e finisce e ricomincia di continuo. Un po’ come un sogno.
Ricordo bene che all’inizio, con molta tranquillità, stimai tra me che avevo un 50% di possibilità di morire. Probabilmente era una stima un poco pessimistica, ma in quel momento ne fui certo – e accettai il dato con un senso di rassegnazione privo di paura o tristezza. Era soltanto un dato oggettivo.
Correvo davanti a Donato, voltandomi ogni tanto a controllare che ci fosse ancora, la piccozza in una mano che ondeggiava avanti e indietro come un pendolo.
Mi passarono per la testa tante immagini, ricordi – quelle, sì, le Polaroid appese sul lato interno delle palpebre.
Pensai al romanzo che stavo scrivendo insieme a David, e che forse non avrebbe mai visto la luce. Ricordo distintamente che pensai che era un peccato, dopo tutto il lavoro svolto e a un passo dal portarlo a termine – mi diedi dello sciocco per non aver lasciato indicazioni di come avrei voluto fosse terminata la mia parte in caso di mia scomparsa, non aver lasciato detto dove si trovavano nel mio portatile i file con i miei appunti, e di non aver detto a David che mi avrebbe fatto piacere pensasse a tutto lui e che aveva carta bianca. Ma ecco, quando esci di casa, anche se vai in montagna, l’idea che potresti non fare ritorno in genere non fa parte delle opzioni. E questo ti porta a sottovalutare l’importanza delle cose che lasci in sospeso.
Certo, può sembrare strano che facessi questi ragionamenti in quel momento – in mezzo a scoppi e scariche elettriche – e lo trovo grottesco anch’io. Però è andata così, e così lo racconto.

Poi però il pensiero si soffermò sulla mia famiglia: mia moglie, mia figlia, la mia seconda bimba in arrivo a breve.
Fu una frustata che spazzò via quel senso di rassegnazione fatalistico.
No, non puoi morire.
Era straordinariamente chiaro e semplice, ora.
Una scarica di adrenalina mi percorse da capo a piedi come fosse uno di quei fulmini. Qualche volta avevo già provato questa sensazione sui fiumi in piena in kayak, e la riconobbi. Ero conscio che per qualche minuto avrei avuto la possibilità di ignorare (non di cancellare, sia ben chiaro) il dolore, il freddo, la fatica, i vestiti fradici, il peso dello zaino. Di attingere a una riserva di energia profonda, segreta, riservata alle situazioni estreme. Allungai il passo e mi ritrovai a scattare sul ghiacciaio, senza più voltarmi.

E in quel momento, in quel luogo, ho capito perché i bambini hanno paura dei tuoni.

Era bellissimo.
Attorno a me era l’inferno, l’elettricità saturava l’aria piena di ghiaccio, ghiaccio che cadeva dal cielo in spesse cortine e si sollevava da terra; crepacci come fauci ghignanti si aprivano davanti ai miei piedi e occorreva saltarli; l’intero bacino era diventato un titanico, sublime strumento musicale – illuminato da una stroboscopia di lampi – del quale io ero un tasto.
Tutto vibrava e tutto era vivo. La montagna cantava e io ero al centro della canzone.
Io correvo e il ghiaccio crocchiava sotto le mie scarpe. Crocchiava. Un passo, crocchiava, un passo. Passi lunghi e le gambe spingevano come pistoni, tutto il corpo rispondeva perfettamente accordato, come a condividere un brandello della potenza che mi circondava – dopotutto, e in quel momento mi era chiaro, io ero parte di quello che mi circondava. E questa comunione è tra le sensazioni più piene, profonde e belle che si possa sperare di provare.
Ricordo che riflettei anche, non so come ma mi balenò per la testa, sul concetto di “urgenza”; e finisco con il mettermi a ridere sguaiatamente, pensando alla vita di tutti i giorni, al lavoro (allora facevo il redattore e il giornalista freelance), alle scadenze, alle formalità… in cui mille cose sono sempre “urgenti”. Urgenti?, mi dico, quelle cose proprio no, non sono urgenti.
Questo, correre sul ghiacciaio schivando i fulmini, questo sì che è urgente.

Metto piede sulla morena mentre la grandine si fa pioggia. Mi volto. Donato c’è: ha perso terreno ma tra qualche minuto sarà anche lui qui, più o meno al sicuro: il ghiacciaio è una superficie piana e senza nessuna “punta” che possa attirare i fulmini, per cui noi eravamo ottimi bersagli. Ma qui le cose cambiano, siamo in mezzo a grossi torrioni rocciosi e dovremmo scamparla molto più facilmente. Inoltre, i fulmini si stanno placando e ci siamo allontanati dalla zona più calda. (Calda per modo di dire). Simone? Simone l’abbiamo perso di vista nella bufera, ma era già a buon punto sul ghiacciaio. Siamo certi sia già sulla buona strada per il rifugio Sciora.

Attendo Donato e percorriamo il sentiero che serpeggia tra massi giganteschi e squadrati con passo calmo, sotto una pioggia di gocce grasse e fitte, ma ormai il temporale vero e proprio è passato. È solo pioggia. Innocua.
Al rifugio ritroviamo Simone, che ci viene incontro con aria immensamente sollevata e con grandi sorrisi.
Adesso, solo adesso, la tensione si scioglie e fatica e dolore, e freddo, si impossessano di noi con prepotenza. Ho letto spesso che stanca più un’ora di tormenta che una giornata di marcia: ne ho la conferma diretta.


Ci rinfranchiamo brevemente al rifugio, dove i presenti hanno l’aria sollevata: hanno seguito la nostra fuga con il binocolo. Poi discendiamo il sentiero verso valle come tre stracci strapazzati. Donato scivola e ruzzola anche in un fosso di fianco al sentiero, tanto è provato, per fortuna quando lo raggiungo per aiutarlo vedo che non è nulla – riporterà solo una serie di lividi.

Siamo al SUV di Simone che sono le nove di sera, il fiume scorre bianco contro il nero della notte che ormai si spande sugli alberi e ha già inghiottito le montagne e i loro segreti.

Ha smesso di piovere.

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